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Download file PDF "Alta qualità per i Vostri capi"
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Etichette con istruzioni di lavaggio: chiarimenti
Normative
Ministero dell'Industria Commercio e Artigianato del 7 febbraio 2001 prot.
1251027
Oggetto: Circolare in materia di etichettatura di manutenzione sui capi
di abbigliamento
Riceviamo e pubblichiamo una circolare del Ministero dell'Industria,
del Commercio e dell'Artigianato sull'annosa questione delle etichette, che
ci ha visto in prima linea fin dal 1991, anche con raccolta di firme e continui
input e sollecitazioni al Ministero. Tanto che già nel 1998 l'UPICA di Milano,
su sollecitazione di Assosecco, aveva anticipato sul territorio di sua competenza
tale interpretazione.
Da tale circolare si desume che è chiaramente indicato l'obbligo delle
Case ad apporre etichette con istruzioni per il lavaggio e la manutenzione dei
capi - e questo è bene, perché possiamo disporre di un valido argomento, qualora
si ricorresse ad un tribunale - ma non è fatto obbligo di una simbologia precisa
(ci si limita a "consigliare" -"può essere realizzata in conformità."-
le normativa europea EN 23758/93) e soprattutto non è prevista alcuna pena per
gli inadempienti.
E questo è male, perché le Case poco attente o disoneste potranno comunque
continuare a mettere etichettature non valide o addirittura non metterle, senza
che questo costi loro nulla, salvo rifondere il prezzo di qualche capo, se oggetto
di contenzioso.
"""Sono pervenute a questo Ministero numerose richieste
di intervento da parte di Associazioni imprenditoriali ed artigiane di categoria,
nonché di Associazioni di consumatori in materia di etichettatura di manutenzione
di prodotti tessili, con specifico riguardo alla obbligatorietà di detta etichettatura
sui capi di abbigliamento.
Dette richieste hanno suggerito, anche perché suffragate da un contenzioso
crescente, di indire riunioni di approfondimento tra questa Direzione generale
per gli aspetti consumeristici e la Direzione generale Sviluppo produttivo e
Competitività per gli aspetti industriali, da un lato, e le categorie economiche
di settore, dall'altro. L'impatto della tematica ha reso opportuno, altresì,
porre un quesito alla Direzione generale per le imprese della Commissione Europea
la quale, con nota del 3 luglio 2000 n. 008458, ha chiaritoDownload file PDF
"Alta qualità per i Vostri capi" che:
- "non esiste sul piano comunitario una normativa che regoli la problematica
compete quindi agli Stati Membri, ove lo ritengano opportuno, dotarsi di misure
che rispettino, comunque, le norme del mercato interno";
- "non rientra nei programmi della Commissione l'armonizzazione delle pratiche
esistenti in alcuni Stai Membri";
- "la maggioranza degli operatori del settore utilizza simboli contenuti
nella norma tecnica europea EN 23758 - 1993".
Pertanto, sulla base del predetto parere, nonché del parere reso
dall'Ufficio Legislativo di questo Ministero che, nel riassumere il quadro normativo
vigente (vedi allegato), individua all'interno di questo la linea interpretativa
da seguire, questa Direzione generale, sentita anche la Direzione generale per
lo Sviluppo Produttivo e la Competitività, ritiene che le disposizioni della
legge n. 126/91 (Norme per l'informazione del consumatore) che stabilisce che
"i prodotti o le confezioni dei prodotti destinate al consumatore commercializzati
sul territorio nazionale devono riportare in lingua italiana indicazioni chiaramente
visibili e leggibili relative alle istruzioni, alle eventuali precauzioni e
alla destinazione d'uso ove utili ai fini di fruizione e sicurezza del prodotto"
(art. 1, comma 1, lett. e) sono applicabili, dato il carattere generale
della disciplina e lo specifico riferimento alle informazioni per il consumatore,
anche per la manutenzione, compreso quindi il lavaggio, dei capi di abbigliamento.
A questo fine, si segnala che l'etichettatura di manutenzione dei capi
di abbigliamento può essere realizzata in conformità alle disposizioni della
richiamata Norma Tecnica Europea EN 23758/93, che ha recepito la norma internazionale
ISO 3758/91, che peraltro trova già largo impiego tra gli operatori del settore
tessile.
Allegato
Per completezza si riportano: il testo dell'articolo 1, comma 1, lett. e) e comma 5, nonché l'articolo 1-bis della Legge 10 aprile 1991, n. 126, e l'articolo 12 del D.M. 8 febbraio 1997, n.101 di attuazione della legge 126/91, relativi all'argomento in questione.
Legge 10 aprile 1991, n. 126
Art. 1. Informazione del consumatore
1. I prodotti o le confezioni dei prodotti destinati al consumatore commercializzati
sul territorio nazionale devono riportare in lingua italiana indicazioni chiaramente
visibili e leggibili relative:
2. ..................
a) alle istruzioni, alle eventuali precauzioni e alla destinazione
d'uso ove utili ai fini di funzione e sicurezza del prodotto.
3. ...................
4. ...................
5. Le indicazioni di cui al comma 1 devono figurare sulle confezioni o sulle
etichette dei prodotti nel momento in cui sono posti in vendita al consumatore.
Le indicazioni di cui alla lettera c) del comma 1 possono essere riportate,
anziché sulle confezioni o sulle etichette dei prodotti, su altra documentazione
illustrativa che viene fornita in accompagnamento dei prodotti stessi (3).
Art.1 bis. Deroga
Le disposizioni dell'articolo 1 non si applicano ai prodotti soggetti a specifiche direttive o ad altre disposizioni comunitarie e alle relative norme nazionali di recepimento.
D.M. 8 febbraio 1997, n. 101
CAPO VI
Istruzioni e precauzioni d'uso
Art. 12.
Istruzioni
1. Ai sensi dell'articolo 1, comma 1, lettera ...), della legge,
devono essere fornite al consumatore chiare ed esaurienti per l'uso del prodotto
qualora, tenuto conto della sua natura e delle altre indicazioni fornite in
base al presente regolamento, esse siano necessarie per la sua corretta fruizione.
Dette istruzioni, ove possibile, devono essere accompagnate da disegni ed esemplificazioni
pratiche.
2. Devono essere indicate al consumatore le limitazioni o cautele particolari
da seguire nell'uso cui il prodotto può esse ragionevolmente destinato, derivanti
dai materiali o dai metodi di lavorazione impiegati, qualora esse non siano,
tenuto conto delle normali conoscenze del consumatore, chiaramente desumibili
dalla indicazione effettuata ai sensi dell'articolo 10, comma 1.
Pubblicato su Rivista Detergo - Febbraio 2000
Considerazioni sui poliuretani
Alla fine degli anni ottanta vennero immessi sul mercato della confezione parecchi
indumenti, per lo più di tipo sportivo, in cui il tessuto esterno era accoppiato
con una pellicola di poliuretano.
Per la verità vennero anche prodotti, in numero ridotto ma con non minori problemi,
capi dove la pellicola di poliuretano costituiva la parte esterna della confezione.
Questi capi portavano normalmente l'etichetta di manutenzione indicante la possibilità
o a volte la necessità della pulitura a secco.
Molti Pulitintori ricorderanno certo che questi indumenti presentavano presto
o tardi grosse difficoltà nell'operazione di manutenzione: in pratica la pellicola,
esterna od interna che fosse, si raggrinziva e sbollava perdendo poi pezzi.
Le analisi di I.S.I.DE. sui capi in contestazione erano talmente numerose che
era stata fatta una lettera tipo per cui bastava inserire il nome della ditta
richiedente l'analisi e la marca del capo analizzato per completare il tutto.
Dopo qualche anno questi capi scomparirono praticamente dal mercato ed il problema
del poliuretano pareva fosse risolto.
Negli ultimi tempi invece il poliuretano, in forme spesso esteticamente diverse
da quelle sopra accennate, è riapparso ed ha ricominciato a dare in molti casi
problemi di manutenzione.
Abbiamo pertanto ritenuto che fosse indispensabile risalire all'origine di tutto
ciò e siamo riusciti ad entrare in contatto con uno dei massimi esperti nel
campo degli accoppiamenti tessuto-pellicola.
La persona suddetta, il dottor Chierichetti, si è dimostrato gentilissimo e
disposto a preparare un articolo, necessariamente divulgativo, che illustrasse
ai nostri lettori, ed al comparto tutto delle pulitintolavanderie, per quali
ragioni questi capi hanno un risultato spesso non accettabile.
Dalla lettura di quanto scritto dal Dottor Chierichetti si vede chiaramente
che esiste una forte probabilità che le resine utilizzate attualmente per la
confezione non siano perfettamente adatte al nostro caso.
Va infatti tenuto conto della necessità che un tessuto destinato all'abbigliamento
abbia una mano gradevole e tendenzialmente morbida, risultato che spesso si
può ottenere solo con una non completa reticolazione (si chiama così il raggiungimento
dello stato di "perfezione" del poliuretano). Abbiamo però visto che una imperfetta
reticolazione può determinare la idrolizzazione del collante e causare tutti
quegli inconvenienti che spesso i nostri clienti lamentano.
Sarà compito di Assosecco vedere di contattare i fabbricanti di questi tessuti
per cercare di convincerli a rendere più idoneo questo prodotto per essere utilizzato
nell'abbigliamento oppure a convincere i confezionisti a cessarne l'utilizzo.
C.L.
DM 44 : gestione solventi negli impianti a ciclo chiuso ![]()
La Direttiva Europea, recepita dalla Regione Lombardia, impone che le attività di pulizia a secco di tessuti e pellami (escluse le pellicce) che lavorano con impianti a ciclo chiuso con l'utilizzo di composti organici volatili (COV), compresi i clorurati, non devono superare il valore di emissione di 20g. per Kg. di prodotto pulito ed asciugato.
L'impresa che intende continuare ad impiegare l'impianto a circuito chiuso deve inoltrare alla Regione Lombardia apposita istanza entro il 12 marzo 2005.
L'azienda che intende installare o trasferire una o più macchine a circuito chiuso deve comunicare l'attivazione dell'impianto alla Regione, al Comune e all'Arpa competente con almeno 45 giorni di anticipo.
I poliuretani sono una serie di polimeri chimicamente diversi tra di loro,
uniti dal solo fatto di avere nella propria molecola dei legami uretanici, ottenuti
da un isocianato e da un polimero contenente due gruppi alcolici. Esistono,
dunque, diversi tipi di poliuretani che presentano diverse caratteristiche chimiche
e fisiche, sono di norma prodotti elastici, morbidi, lavabili ad acqua e a secco.
La prima distinzione da fare è tra PUR alifatici e PUR aromatici, relativamente
al tipo di isocianato utilizzato per la formazione del legame uretanico.
I primi (PUR alifatici) sono caratterizzati da un'ottima resistenza alla luce,
ma da una scarsa resistenza all'idrolisi e da una sola sufficiente resistenza
alle flessioni. Per questo motivo vengono utilizzati quasi esclusivamente per
la produzione di manufatti bianchi, dove la qualità più importante è la resistenza
alla luce.
I PUR aromatici sono invece i più usati sia per il loro costo, inferiore a quello
degli alifatici, sia soprattutto, per le loro caratteristiche nettamente superiori
agli omologhi, hanno ottime resistenze alle flessioni ed una buona-ottima resistenza
all'idrolisi. Generalmente hanno una buona resistenza ai solventi clorurati
e sono resistenti all'alcool, a differenza dei PUR alifatici.
La seconda distinzione è relativa alla struttura chimica della catena del polimero
alcolico. PUR poliestere e PUR polietere. I primi sono i più usati e rappresentano
la maggioranza dei prodotti attuali in sintetico destinati in gran parte alla
calzatura e alla pelletteria, mentre i PUR polietere sono una necessità, qualora
si debba garantire una elevatissima resistenza all'idrolisi e alla sodatura
(es. Prodotti per abbigliamento, arredamento e microfibre).
Più volte è stato citato il termine idrolisi; con esso si intende la frammentazione
del polimero per effetto dell'umidità e dell'invecchiamento. E' una caratteristica
intrinseca del PUR e in alcuni casi del processo produttivo del materiale sintetico.
E' un fenomeno che avviene durante l'uso del manufatto e dopo un certo tempo,
dipendente dalle condizioni ambientali e di utilizzo del manufatto stesso (umidità,
temperatura, agenti atmosferici). La misura della resistenza all'idrolisi si
può effettuare con diversi metodi: i due più utilizzati consistono nella verifica
delle caratteristiche meccaniche del polimero dopo immersione in una soluzione
acquosa contenente 1,2 g/l di urea per 16 ore a 90° C oppure nell'esporre i
provini a 70°C e ad una umidità relativa del 95% per un periodo di 1 o 2 o 3
settimane. Premesso che tutti i PUR subiscono il processo di idrolisi, la valutazione
analitica è importante perché può prevedere la "vita attesa" del materiale.
E' bene però ricordare che le condizioni ambientali e di impiego possono variare,
anche sostanzialmente la "vita reale" del prodotto. Una buona resistenza all'idrolisi
è importante per le calzature chiuse (scarpe uomo, stivali, ecc.) l'abbigliamento,
ma soprattutto per l'arredamento, dove la vita media degli articoli deve essere
elevata.
Oggi esistono polimeri che resistono parecchi anni e quelli che dopo 1-2 anni
si rompono o diventano appiccicosi.
In conclusione possiamo dire che i PUR sono una serie di polimeri veramente
eclettici, caratterizzati da morbidezze differenti, da una più spiccata tendenza
ad aderire al supporto, da una maggiore regolarità molecolare, da temperature
di rammollimento diverse, da differenti resistenze all'idrolisi, ecc. per cui
il produttore deve basare la propria scelta in funzione della destinazione d'uso
del manufatto da realizzare.
I poliuretani cono commercializzati in soluzione al 25/50% di secco, sciolti
in solventi di cui il principale è la dimentilformammide (DMF). Quest'ultimo
solvente in particolare, essendo completamente solubile in acqua, ha permesso
alle resine PUR di svilupparsi in un settore, la coagulazione, dove impregnano
i supporti e danno origine a semi-lavorati di notevole pregio, i coagulati.
Questi ultimi, come tanti altri supporti in cotone o sintetico, possono essere
rifiniti con una resinatura o una spalmatura sempre in PUR. La resinatura consiste
nello spalmare direttamente sul supporto uno o più strati di resina PUR e asciugarla
in forno. La spalmatura è invece considerata la rifinizione per transfer ed
il processo si può così sintetizzare attraverso una particolare lama: si spalma
la resina su un'apposita carta, poi si invia il tutto in un forno, dove avviene
l'evaporazione del solvente. Nelle moderne macchine si ripete l'operazione fino
a 4 volte, con 4 lame e 4 forni successivi, in modo da spalmare anche quantità
notevoli di resina. Dopo l'ultima spalmatura viene accoppiato un supporto che
ha lo scopo di fornire al prodotto le caratteristiche meccaniche richieste.
Si ottiene così un insieme formato da carta, resina e supporto; all'uscita dell'ultimo
forno viene separato il supporto, spalmato dalla carta che, avvolta su un rotolo,
può essere usata altre volte.
Un articolo può, quindi, avere come componenti fondamentali i PUR, i supporti,
la carta di spalmatura e i forni di asciugamento. Le caratteristiche dei PUR
sono già state trattate, per cui è bene accennare alle altre caratteristiche.
I supporti sono costituiti da maglie, tele, tessuti non tessuti, coagulati,
feltri, ecc. che garantiscono al prodotto finito le resistenze meccaniche, la
mano, la consistenza e l'elasticità.
Le carte utilizzate sono evidentemente antiaderenti, ma hanno soprattutto la
particolarità di essere incise, cioè di avere un disegno (di solito tipo "pelle")
che genera come negativo l'aspetto del materiale spalmato. Sono dunque fondamentali
per il look del prodotto.
I forni hanno la funzione di far evaporare il solvente e far reticolare quel
poliuretano bi-componenti che vengono spesso utilizzati, come adesivi, soprattutto
per supporti coagulati. La reticolazione non completa porta ad una drastica
riduzione delle caratteristiche chimico-fisiche del polimero poliuretanico e
può essere evidenziata dalla prova al Metil-Etil-Ketone.
Quest'ultima consiste nell'immersione di un provino in MEK per 30 secondi, trascorso
questo periodo si tenta manualmente di far scorrere la pellicola spalmata, se
il PUR è reticolato non succede nulla, viceversa la pellicola si muove lasciando
il supporto appiccicoso. L'incompleta reticolazione porta ad esempio allo scorrimento
della pellicola in fase di montaggio a caldo di una calzatura, ad una più facile
aggressione degli agenti atmosferici e dei solventi chimici usati nei collanti
e nel lavaggio a secco di capi di abbigliamento ed arredamento. Inoltre diventa
scadente la resistenza all'idrolisi dell'adesivo, dell'intero articolo e in
definitiva viene ridotta la vita stessa del prodotto.
Abbiamo descritto le varie tipologie di PUR, i processi produttivi
che portano alla fabbricazione delle cosiddette "finte pelli" ed indicano quali
siano i punti critici di questi prodotti, relativi soprattutto alla struttura
chimica dei polimeri ed alla loro corretta produzione (reticolazione).
Dovremmo dire che questi prodotti possono essere lavati tranquillamente
sia in acqua a 30°C, sia a secco in percloroetilene, ma da quanto è stato detto
appare evidente che una generalizzazione non è possibile, perché accanto a prodotti
eccezionali in PUR poliestere ci possono essere dei PUR poliestere poco reticolati
che sottoposti ad azione chimica e meccanica si spelano.
Le possibilità tecnologiche per soddisfare tutte le esigenze qualitative di
un capo di abbigliamento esistono e sono ormai assodate nelle aziende più avanzate,
il confezionatore di capo dovrebbe quindi chiedere e scegliere i prodotti in
base alle caratteristiche d'uso e non solo alla vestibilità e alla mano.
Luigi Chierichetti
Giovanni Crespi S.p.A.
A conclusione dell'articolo del Dottor Chierichetti riproduciamo una perizia
effettuata per conto di una rinomata Ditta di confezioni di pregio.
I.S.I.DE.
Istituto Studi Italiano Detergenza
Telefono: 02 7750 447 - Fax 02 7750 424
Unione CTSP Corso Venezia 49 - 20121 Milano
Spett.
XXX
Alla cortese attenzione della Dott.ssa ZZZ
Prot. 7/2000
Oggetto: capi in tessuto contenente poliuretano
Abbiamo ricevuto per l'analisi una serie di manufatti confezionati con il tessuto
in oggetto.
Questi capi presentano, dopo l'indosso ed un trattamento di pulitura, alcuni
difetti come di seguito illustrati.
Giaccone marrone: presenta alonature scure ,in particolare sul collo ed in corrispondenza
delle doppie cuciture. E' un fenomeno riscontrato innumerevoli volte su capi
simili, da attribuire alla degradazione del poliuretano in seguito all'indosso.
Capo colore paglia "aaa": sbollature diffuse dovute al distacco della
maglina di supporto dal tessuto esterno. Fenomeno spesso riscontrato dopo un
normale lavaggio a secco, in questo caso le condizioni di pulitura del capo
fanno pensare che non sia stato neppure lavato.
Capo "bbb" identico e nelle stesse condizioni del N.ro 2 ma pulito.
Capo "ccc" con sbollature ed aloni. Il particolare della spalla sinistra
è dovuto o all'uso di una borsa a spalla o all'appoggio di sci od altro.
Giacca interno lapin: il capo risulta nuovo e mai indossato. Una corretta etichetta
di manutenzione dovrebbe indicare un lavaggio specializzato di pellicceria per
l'interno staccabile ed un lavaggio in acqua fredda a mano per l'esterno contenente
poliuretano.
Per la parte in tessuto di tutti questi capi sarebbe consigliabile un lavaggio
in acqua fredda (indipendentemente dal risultato di pulitura ottenibile) ed
una asciugatura all'aria lontano da fonti di calore.
La nostra esperienza però ci insegna che degradazioni tipo quelle lamentate
ai punti 1 e 4 avvengono anche solamente con l'indosso senza alcun intervento
di pulitura.
Vi facciamo presente che la Legge italiana sulla etichettatura obbligatoria
di composizione prevede l'uso di denominazioni precise ed in lingua italiana.
Restiamo comunque a Vostra completa disposizione per ulteriori approfondimenti.
Alleghiamo articolo sull'uso del poliuretano in abbigliamento.
In un secondo tempo vi faremo avere i campioni del tessuto nuovo inviatoci con
vari tipi di pulitura dopo l'indosso.
N.B. Questo documento è stato redatto in base alle osservazioni fatte sul manufatto
nello stato e condizioni odierne.
Cogliamo l'occasione per inviare i nostri cordiali saluti.
Milano, 14/01/00 11.28
Il punto sulla etichettatura di manutenzione: attenti alla F!
Del tutto indifferenti
ai dettati della Legge 126/91 "Informazioni al Consumatore" ed alle
sue successive modificazioni e modalità di applicazione, molti Confezionisti
continuano imperterriti a produrre ed immettere sul mercato capi tessili, di
abbigliamento e di arredamento, privi dell'etichettatura obbligatoria o, ancor
peggio, con una etichettatura errata perché applicata a casaccio o non correttamente
testata.
E' di pochi giorni fa la richiesta di spiegazioni da parte
di un Responsabile della qualità di una delle maggiori industrie italiane di
confezione circa il rifiuto da parte di molti Pulitintori ad accettare per il
lavaggio a secco capi etichettati con il simbolo F anziché P.
Vogliamo qui ricordare ai Lettori che il simbolo F nacque
per indicare la necessità di pulire e secco capi particolarmente delicati con
il CFC 113, della grande famiglia dei Freon, (commercialmente chiamato per lo
più 'Valclene') di cui venne vietato l'uso, con altri della stessa famiglia
chimica, perché ritenuto responsabile del buco dell'ozono.
Le macchine funzionanti a 113 ebbero poca fortuna in Italia
dove si preferì, e si preferisce tuttora, utilizzare il percloroetilene -P-,
solvente dalle caratteristiche lavanti decisamente superiori.
Orbene, il Responsabile di cui sopra non sapeva il significato
della lettera F ma neppure del divieto di usare prodotti CFC ed incolpava
l'ufficio, delegato alla scelta dell'etichettatura di manutenzione, di non essersi
aggiornato.
Ma non è tutto.
In realtà gli ultimi accordi internazionali di settore hanno
identificato nella lettera F il simbolo per un nuovo tipo di pulitura
a secco: quello con solventi idrocarburici.
E' in realtà un ritorno all'antico: il primo lavaggio a secco
veniva effettuato con 'acqua ragia' mentre oggi si usano miscele di idrocarburi
alifatici ed aromatici.
Ecco dunque che forse chi aveva scelto di etichettare F
era in realtà aggiornatissimo sul problema dell'etichettatura di manutenzione
e la scelta era assolutamente consapevole.
Si potrebbe quindi dedurne che i meno informati erano stati
quei Pulitintori che avevano rifiutato i capi.
Ma non è così semplice: le macchine utilizzanti idrocarburi
sono, in Italia, praticamente inesistenti, come risolvere il problema?
Problema che coinvolge soprattutto gli interesse dei Consumatori che, acquistando un capo etichettato per la pulitura in idrocarburi, corrono il rischio di ritrovarsi con un manufatto di quasi impossibile pulitura.
Pertanto:
attenti alla F!
C.L.
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